A Balàndura dër Marchisùn 

Con questo nome si indica, in Via Santa Lucia, lo spazio aperto sulla strada pubblica, sormontato da una soffitta chiusa verso la strada (coperta, fino al recente restauro, da scandole in legno) e privo del pilastro centrale (moderno), che in Brigasco Upeghese si indica con il nome di balàndura, ossia tettoia. La soffitta, a cui si accedeva attraverso la scala in pietra e legno, tuttora conservata, era impiegata per ammassarvi legna e costituiva nel contempo un riparo per l’ingresso a tre diversi edifici (fig. 1). 

La “balàndura” oggi, dopo i moderni restauri (foto di C. Lanteri)


Dal soprannome del proprietario dell’abitazione con l’ingresso sotto la scala, ër Marchisùn, ha preso il nome la struttura. Questo spazio, benché di dimensioni modeste, è però l’unico, in tutto l’abitato, ad essere aperto sulla strada pubblica, ad essere dotato di una certa profondità e soprattutto ad essere coperto, e perciò riparato anche in caso di maltempo. Queste sue caratteristiche lo hanno reso nel tempo il più adeguato per ospitare diverse attività legate all’ artigianato e al commercio ambulanti. Tali attività vi hanno avuto luogo fino agli anni Settanta del secolo XX. 

Lo spazio utilizzato era esclusivamente quello compreso fra la parete di sinistra e la porta di accesso all’abitazione, sotto la scala, a motivo del non utilizzo del passaggio per accedere ad un antico fienile, ormai in disuso. 

Il piano di calpestìo, oggi pavimentato, era in terra battuta, mentre già in antico lo spazio prospicientela porta d’ingresso della casa di abitazione del Marchisùn risultava lastricato con pietre locali (è oggi uno dei rari esempi rimasti in paese dell’uso di questa tecnica, detta ënnàštrëghë).

Lavorazione del rame Un’attività artigianale che per molti anni si è svolta qui è stata quella della lavorazione del rame ad opera di famiglie di calderai (magnìn) provenienti dalla vicina Liguria. Questi artigiani, che arrivavano di solito a primavera inoltrata e che potevano rimanere alcuni giorni in paese, dopo aver lanciato il caratteristico richiamo: “magninooo!” per avvisare del loro arrivo, allestivano qui il loro laboratorio, collocando la forgia a ridosso dei gradini di accesso alla casa sulla sinistra (fig. 2).

Fig. 2 Ricostruzione dell’attività del calderaio sotto la “balàndura” (disegno di Jeorghia Stafylopatis)

Potevano aggiustare pentole e tegami sul posto o ricevere le commesse per lavori che avrebbero realizzata nelle località di provenienza e consegnato ai clienti la volta successiva. L’attività prevalente, comunque, era rappresentata dalla stagnatura dell’ interno delle pentole in rame, necessaria a motivo della tossicità del rame stesso e da rinnovare periodicamente perché soggetta a costante usura. Una volta stagnate, le teglie e le pentole venivano messe ad asciugare esponendole all’aria e al sole. Dato che la tettoia è sempre in ombra, esse venivano allineate lungo la grande porta dello stabile di rimpetto, meglio esposto. Gli ultimi artigiani del rame a frequentare Upega sono stati i Visino, una famiglia di calderai proveniente dalla Valle d’Aosta e stabilitasi a Diano (Im), dove aveva il laboratorio.

Fig. 2 Ricostruzione dell’attività del calderaio sotto la “balàndura” (disegno di Jeorghia Stafylopatis)

Commercio di stoffe e di capi di abbigliamento

Sotto la balàndura allestiva solitamente il suo banco una famiglia di commercianti (mërsée) provenienti da Cosio d’Arroscia (Im), tra gli ultimi ambulanti “storici” che abbiano frequentato il paese, fino agli anni Settanta del secolo XX. Vendevano maglieria, capi d’abbigliamento, biancheria intima e per la casa, stoffe a metraggio e articoli da merceria. 

Fig. 4 Ragazza in costume di fronte alla “Balàndura” in una foto degli anni Settanta del sec. XX. Nello spazio coperto della tettoia si intravede un carro che testimonia, all’epoca, anche la funzione della struttura per il ricovero di mezzi e masserizie.

Affilatura delle lame 

A Upega non sono mai esistiti arrotini di professione, perché l’affilatura delle lame dei coltelli o di altri strumenti da taglio era praticata a livello familiare con una mola in pietra che ruotava all’ interno di un ceppo scavato in modo da poter essere riempito di acqua che la manteneva costantemente bagnata. A partire dal secondo dopoguerra e fino agli anni Settanta del secolo XX, sotto la balàndura, circa due volte l’anno, si installava con la sua caratteristica mola mobile azionata a pedale, un arrotino (mulìta) proveniente da Garessio (Cn), in Val Tanaro. 

Pesatura del bestiame 

Un’altra attività che si svolgeva in questo luogo era la pesatura di capi di bestiame ad opera di commercianti del settore o macellai. L’animale veniva pesato con una stadera (šcanday’) che necessitava di essere sospesa tramite un grosso gancio di cui era dotata. L’orditura a travi del solaio della balàndura si prestava bene allo scopo: l’animale veniva imbragato e sospeso alla stadera che era assicurata a una trave mediante una robusta corda. Gli ultimi compratori di bestiame che si ricordino a Upega erano i Vignulìn, perchè provenienti da Vignolo (Cn), mentre gli ultimi due macellai che abbiano regolarmente acquistato bovini da carne provenivano dalla più vicina Ormea (Cn), in Val Tanaro.

Fig. 5 La “Balàndura” in fase di restauro (sec. XXI). Si vede il pilastro costruito ex novo, estraneo alla struttura antica, mentre la trave, la copertura e la tamponatura della soffitta verso la strada pubblica sono ancora quelle originali, in scandole di legno (foto di C. Lanteri).

Si avvisa che a breve verrà pubblicato il programma degli eventi 2026

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