Il mulino comunitario è una bella costruzione in pietra a vista legata con malta costituita da calce prodotta a Upega, nelle apposite fornaci, mista a sabbia del torrente.
L’edificio originale, che risale con buona probabilità agli inizi del secolo XIX, era leggermente più basso dell’attuale e presentava il tetto coperto in lastre di pietra (ciappe), con il colmo caratterizzato dalla presenza di una fila di sassi per tutta la lunghezza. Sulla facciata, il tetto si presentava quasi a filo del muro (fig. 1).

Fig. 1 Il mulino in una foto degli anni Settanta del sec. XX
(collezione C. Lanteri).
Negli anni Ottanta del secolo scorso, per conservare l’edificio (adibito in quegli anni a sede della Pro Loco Upega), venne rifatto il tetto, sopraelevandolo e sostituendo le antiche ciappe con lamiera. Sulla facciata, il tetto venne reso molto più sporgente, con la conseguente presenza, a vista, di travi passanti. La finestrella e la porta, invece, sono ancora quelle originarie (fig. 2).

Fig. 2 Il mulino oggi (foto di C. Lanteri).
Il mulino è ubicato al limite inferiore dell’abitato, per sfruttare la forza dell’acqua del canale (ër beaa) che, provenendo da una deviazione del torrente Negrone, munita di una chiusa (a martiyéra), scorreva presso l’attuale lavatoio pubblico e proseguiva fino a giungere in prossimità del mulino dove, superando qualche metro di dislivello, dava origine ad una piccola cascata che veniva incanalata e spinta dentro una breve conduttura in legno per azionare la ruota a pale posizionata sotto la volta a botte dell’edificio, tuttora conservata.
Il mulino comune di Upega costituisce uno degli edifici certo più originali e preziosi del paese, sopravvissuti alle recenti ristrutturazioni. Appartiene ad una tipologia arcaica di mulino ad acqua, detta “a ritrécine”, in cui la ruota orizzontale che aziona le macine è costituita da una serie di pale a cucchiaio, scavate in un tronco di legno e infisse in un albero, sempre in legno, collegato direttamente alle macine (fig. 3).

Fig.3 La ruota orizzontale originale (foto di C. Lanteri).
Questa tipologia di ruota orizzontale è particolarmente impiegata in zone montane in cui il regime torrentizio irregolare non garantisce grandi e costanti portate d’acqua, perché sfruttando anche una modesta quantità d’acqua è in grado di garantire un ottimo funzionamento.
Nell’interno, ristrutturato negli anni Ottanta del secolo scorso per essere adibito a sede della Pro Loco, si conserva l’apparato per la molitura, completo di macine, il cassone per la farina originale e la carrucola con l’argano per sollevare le macine (fig. 4).

Fig. 4 La tramoggia con le macine (a destra), l’argano (a sinistra) e la carrucola (in alto, sulla trave)
(foto di C. Lanteri).
Il mulino era regolarmente usato dalla comunità per macinarvi i cereali ed essendo comunitario non prevedeva spese di molitura. La comunità provvedeva proporzionalmente alla manutenzione dello stabile attraverso una “tassa” che veniva riscossa annualmente da un incaricato che annotava scrupolosamente le entrate e le spese su di un apposito registro, tuttora conservato, indicato come “registro del molino”. Il documento è molto interessante perché, oltre a documentare nel dettaglio la manutenzione dell’edificio, riporta puntualmente i soprannomi di tutte le famiglie upeghesi che vi compaiono.
Il fatto che il mulino fosse di uso comune e non gestito da un mugnaio specializzato rappresentava indubbiamente un vantaggio per i membri della comunità ma d’altra parte generava un grosso problema. Non tutti quelli che lo usavano erano scrupolosi nell’utilizzo e soprattutto non erano in grado di regolare esattamente la distanza tra la macina fissa e quella mobile, in modo da assicurare una qualità di macinazione ottimale. In questo modo le macine si usuravano anzitempo e la molitura risultava spesso grossolana. Per questo motivo, soprattutto chi possedeva un mulo per il trasporto, preferiva accollarsi un lungo viaggio per portare il suo grano a macinare ai mulini di Mendatica (IM) o di Ponte di Nava (CN), gestiti da mugnai, pagando, sì, la tassa di molitura, ma assicurandosi in cambio una perfetta qualità di macinato.
È in progetto il restauro conservativo del mulino che riporti l’edificio all’aspetto originario e che lo renda nuovamente funzionante.

Fig. 5 Il prospetto sud del mulino come apparirà dopo il restauro
(Studio Bianchi & Fusaro, S. Stefano al Mare (IM), 2002).

Fig. 6 Il mulino in sezione come apparirà dopo il restauro
(Studio Bianchi & Fusaro, S. Stefano al Mare (IM), 2002).
